Funerale in duomo

L’ultimo abbraccio di Castelfranco al dottor Celegon: “Ha salvato tante persone” – VIDEO

Oggi pomeriggio, mercoledì, in Duomo l'addio all'ex primario morto tragicamente a Cortina mentre cercava funghi. Il toccante ricordo dei figli.

Castelfranco, 14 Ottobre 2020 ore 18:31

di Alessandro Lanza

Duomo e sagrato affollati, pur nel rispetto delle norme anti Covid, per l’addio a Leopoldo Celegon.

“Lui ci ha salvato”

La migliore testimonianza di ciò che ha lasciato andandosene, purtroppo in maniera tanto tragica quanto imprevista, oltre all’affetto e alla riconoscenza dei propri cari, sono state le reazioni – alla notizia della morte – dei “suoi” malati, persone che grazie a lui sono guarite. “Mi ha salvato”: in tanti, con le lacrime agli occhi, lo hanno ripetuto. E non poteva dunque che essere affollato, pur nel rispetto delle normative anti Covid, e caloroso l’ultimo saluto di Castelfranco al dottor Leopoldo Celegon, 72 anni, celebrato oggi, mercoledì 14 ottobre 2020, nel Duomo cittadino. All’interno e sul sagrato circa 300 persone per l’addio al medico trovato morto lo scorso 9 ottobre a Cortina nel torrente Ru Costeana. Dopo che alcuni giorni prima era risultato disperso durante una escursione a cercar funghi.

Il suo impegno a Castelfranco

L'ultimo abbraccio di Castelfranco al dottor Celegon: "Ha salvato tante persone" - VIDEO

Già primario di Cardiologia dell’Ospedale civile di Castelfranco Veneto, fondatore e anima degli “Amici del Cuore” nonché esponente di rilievo della Lilt castellana e trevigiana, Celegon era davvero molto conosciuto e stimato nella Città del Giorgione e non solo.

“Mi raccontava che quando operava – ha rivelato nell’omelia il sacerdote – faceva pieno affidamento sulle sue competenze scientifiche, ma in cuor suo si affidava anche a Dio affinché andasse tutto per il meglio”

Il ricordo dei figli

Particolarmente toccanti poi, all’inizio della cerimonia, le testimonianze dei due figli, Alessandra e Francesco:

“Non è facile parlare oggi, ma era doveroso farlo anche per tutti quelli che ci hanno testimoniato il loro affetto – le parole di Alessandra – Spesso dicevamo che quando qualcuno se ne va si rischia di ‘santificarlo’ anche in modo eccessivo, per questo papà io ricordo più volentieri ora la tua voce che tuonava da una stanza all’altra, la tua capacità di arrabbiarti e poi scioglierti in un sorriso nel giro di 5 minuti. Mi mancheranno soprattutto i tuoi ‘predicozzi’. Ma tu, papà, continuerai a vivere nel cuore della gente”

Un ricordo più tortuoso, invece, quello di Francesco, frutto di un percorso di vita e di un rapporto col padre più complesso, come lui stesso ha sottolineato leggendo in chiesa una lettera:

“Avrei voluto stare più tempo con te, papà, ma ho dovuto allontanarmi e percorrere la mia strada, sbattendoci anche la testa, per poi tornare. Talvolta sono stato frenato dal senso di colpa per non aver seguito quel che tu forse volevi per me, non aver rispettato le tue aspettative. Avevi una personalità invidiabile e hai speso la tua vita per una causa nobile. Addio papà”.

In prima fila la moglie Laura, il fratello di Leopoldo e gli altri parenti.  E fuori anche alcuni rappresentanti dell’Associazione nazionale Carabinieri, di cui Celegon era socio. Presenti anche il sindaco, Stefano Marcon, e l’assessore Gianfranco Giovine.

Il cordoglio dei colleghi e non solo

La Lilt trevigiana è a lutto per la scomparsa del Dottor Leopoldo Celegon, da tanti anni volontario e per un lungo periodo responsabile della delegazione castellana della LILT. Piangiamo una persona intelligente, disponibile, dolce e allegra. Il suo ricordo resterà indelebile per l’apporto significativo che ha dato alla nostra associazione”, il saluto della delegazione trevigiana”.

Particolarmente sentito infine il ricordo della collega Fanni Guidolin:

“Sarebbe dovuto venire in ambulatorio da me lunedì. Dovevamo organizzare quella cena di beneficienza, e prendere accordi per i volontari, e la ginnastica con gli amici del cuore, le attività della Lilt, la visita cardiologica che mi aveva fissato il mercoledì. Dovevamo fare la lista degli associati, con Fernanda e le altre donne, e decidere il discorso per la serata di venerdì, in qualità di consigliere di quell’associazione che è nata con lui, la “Lega Italiana Lotta ai Tumori”, insieme all’associazione “Amici del Cuore”, e con Pino, Alessandro, Gianfranco e Laura e… e … e non li ricordo tutti. Poldo non c’è più”.
“Era così, come tanti piedi in tante scarpe. Scarpe che camminano, che percorrono chilometri, che sanno stare dovunque e con chiunque. Scarpe che non calpestano, che sanno attendere, raccontare e sollevarsi in punta di piedi. Come faceva lui, con le sue, discreto e umile, stravagante ma educato, con garbo nei modi, accessibile ad ogni discorso. Il Dott. Celegon Leopoldo, non indosserà più i suoi occhiali scuri e tantomeno il suo giubbotto multi tasche. Quello che ondeggiava aperto quando camminava sulla corsia del nostro ospedale, giorni fa, con le carte arrotolate in una delle tasche, due penne sul taschino, la immancabile spilletta della LILT e le chiavi penzoloni, sul passante dei jeans”.
E ancora:
“Qualcuno non sapeva che fosse stato un Primario. Primario. Quanto è piena questa parola nell’immaginario collettivo. Illustre e inafferrabile, irraggiungibile, schivo. Il Primario torna lunedì. Il Primario le saprà dire. Il Primario non può, non c’è, è occupato. Ma lui no. Il dottor Celegon era Primario sì, ma della nuova generazione, quella 3.0, dei medici che ti guardano dal basso, che ti parlano facile, a volte in dialetto veneto, che ci sono sempre, anche la domenica, che ti telefonano per dirti “damme del tu cea” per carità quando gli scrivevi “scusi il disturbo primario!”.
“La sua briosa esuberanza, era pura vitalità, desiderio di mangiarsi la vita tutta, che ne avrebbe voluta ancora tanta con quell’effimero entusiasmo infantile. C’è come un preciso momento in cui ci si abbandona e si procede a lame sulla vita come campioni di pattinaggio artistico. Non ci sono più strattoni, ripensamenti, finalmente si scivola via seguendo le proprie massime aspirazioni. La vita non si può fermare? E allora tanto vale godersi il panorama a velocità di crociera, come ha fatto lui. Lo sa bene la sua dolce Laura che non avrebbe mai potuto fermarlo. Lui voleva così, perdersi in quella vita piena, sulle montagne russe, dove il cuore sa battere a mille, tachicardico e forte, per poi calmarsi, farsi ritmico, tornare a casa, e ripartire. Non credo avrebbe preferito un letto d’ospedale Poldo. Nessuno lo pensa. Ma nemmeno che quel cuore smettesse di battere così, senza preavviso, senza onde, senza curve, senza poter sentire, per l’ultima volta, tutto l’amore di una mano sulla sua, e l’energia di un raggio di sole tremolante tra i rami di pino, mentre la brezza gela il volto e fa cadere le foglie come tanti mulinelli, su ciclamini violetto e campanule bianche. O forse questo lo ha sentito”.

 

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