Il Tribunale di Treviso ha emesso una sentenza il 4 marzo 2026 che annulla il licenziamento di una responsabile commerciale di Keyline di Conegliano. La giudice Maddalena Saturni ha stabilito che l’allontanamento, avvenuto nel luglio 2024 mentre la professionista era incinta, è nullo perché discriminatorio.
L’azienda e l’amministratore delegato dovranno ora reintegrare la dipendente e risarcirla per le vessazioni subite.
“Sei una donna, servi il caffè”: manager incinta umiliata e licenziata
L’inchiesta ha portato alla luce un clima lavorativo degradante. Secondo la sentenza, l’amministratore delegato, fratello della dirigente, la umiliava davanti ai colleghi sostenendo di preferire un profilo di sesso maschile per quel ruolo:
“Tu non ti meriti la dirigenza e la posizione da Group Sales Manager, io avrei bisogno di un uomo e per di più con esperienza“.
In diverse occasioni, la responsabile è stata costretta a servire il caffè durante le riunioni di lavoro con la motivazione che, in quanto donna, quel compito spettasse a lei.
Oltre a queste richieste, il vertice aziendale escludeva sistematicamente la manager dai progetti commerciali, scavalcandola nel rapporto con i suoi stessi sottoposti.
La sentenza mette in evidenza come questi episodi “configurino ‘molestia’ in quanto indesiderati per qualunque lavoratore, ivi incluso un dirigente, posti in essere per ragioni connesse al sesso” e che nel loro complesso sono “condotte palesemente dequalificanti e vessatorie perché ripetute e continuate, con maggiore o minore intensità”.
Il licenziamento durante la gravidanza
Per giustificare il licenziamento, la proprietà aveva contestato l’uso della carta di credito societaria per acquisti personali. Il giudice ha però smontato questa accusa, rilevando che tale pratica era una consuetudine nota e accettata tra i membri della famiglia che guida l’impresa.
Poiché la legge vieta il licenziamento durante la gravidanza, salvo casi di colpa gravissima qui non riscontrati, le accuse sono state giudicate troppo generiche e prive di fondamento disciplinare. La giudice ha quindi applicato la tutela prevista per la maternità, dichiarando l’illegittimità del provvedimento espulsivo.
Il tribunale ha imposto il pagamento di tutti gli stipendi arretrati, pari a circa 6.000 euro mensili, oltre al versamento dei contributi. La società dovrà inoltre pagare 50.000 euro come risarcimento per il danno da discriminazione. Questa cifra ha lo scopo di sanzionare il comportamento dei responsabili e scoraggiare simili abusi in futuro.
Il danno biologico è stato invece quantificato in 1.725 euro. La sentenza chiarisce che l’azienda è responsabile insieme all’amministratore delegato, poiché non ha fatto nulla per impedire le molestie e la svalutazione della professionista, nonostante queste fossero messe in atto da un soggetto con poteri di comando.