Confartigianato Marca Trevigiana

Sostenibilità ambientale, quasi 7 micro e piccole imprese trevigiane su 10 la praticano

Nel post Covid l’artigianato trevigiano si scopre sempre più green. Tante le azioni messe in campo dalle MPI del territorio.

Sostenibilità ambientale, quasi 7 micro e piccole imprese trevigiane su 10 la praticano
Treviso, 07 Agosto 2020 ore 11:09

La nota di Vendemiano Sartor, presidente Confartigianato Imprese Marca Trevigiana.

Post Covid

L’artigianato trevigiano è sempre più green. Sette micro e piccole imprese su dieci svolgono una o più azioni finalizzate a ridurre l’impatto ambientale delle proprie attività. Su un universo di 18.519 imprese trevigiane con tre e più addetti, esaminato nella rilevazione dell’ultimo Censimento permanente delle imprese, quelle “green” sono 12.500, pari al 67.5% del totale. Nella Marca 3.442 sono quelle del manifatturiero esteso, 81 operano nei settori energia e acqua, 2.100 nelle costruzioni, 3.896 nel commercio e autoriparazione e 7.326 nei servizi non commerciali.

“Il cuore green delle piccole imprese trevigiane», commenta Vendemiano Sartor, presidente Confartigianato Imprese Marca Trevigiana, «ha diverse motivazioni. Domina quella di migliorare la reputazione verso clienti e fornitori, indicata dal 31,9% delle micro e piccole imprese. A seguire, la coerenza con l’attività principale e/o con la forma giuridica dell’impresa è segnalata dal 27,9% delle imprese, mentre la concretizzazione della strategia e/o mission dell’impresa riguarda il 24,1%. Il consolidamento dei legami con la comunità locale pesa per il 16,5%, mentre è residuale il vantaggio per tassazione e/o sussidi specifici (5%). Solo un quarto delle imprese (25%) ha indicato altri motivi».

I numeri

Il 39,5 % delle MPI che riducono l’impatto ambientale ha installato macchinari e/o impianti più efficienti, che limitano il consumo energetico, e in particolare il 31,9% lo ha fatto senza usufruire di incentivi. Il 12,6% delle micro e piccole imprese ha scelto l’isolamento termico degli edifici e/o la realizzazione di edifici a basso consumo energetico e il 9,2% delle MPI ha sostenuto la spesa in assenza di incentivi. Più contenuta la quota di imprese fino a 50 addetti impegnate nella produzione di energia da fonte rinnovabile elettrica (6,9%) o termica (4,5%) e nella realizzazione di impianti di cogenerazione, trigenerazione e/o per il recupero di calore (2,6%). Per queste iniziative, circa la metà degli investimenti è stata effettuata grazie all’erogazione di incentivi. Il 4,5% delle MPI nel triennio 2016-2018 ha acquistato automezzi elettrici o ibridi, a fronte di una quota di immatricolazioni per questa tipologia di veicoli del 3,9% nel 2018.

«L’emergere di una nuova cultura dell’offerta», prosegue Sartor, «nella quale sono cruciali sostenibilità, circolarità e eticità è, assieme alla digitalizzazione, il fattore del cambiamento rispetto al passato. Questa tendenza, che presumibilmente orienterà i consumatori ancor più nel post-pandemia, influenza le scelte relative alla cura, all’alimentazione, al tempo libero, alla residenzialità (ad esempio, un’abitazione eco-sostenibile rappresenta il principale desiderio non ancora pienamente soddisfatto della popolazione italiana) e orienta le politiche di investimento e di spesa degli attori pubblici. Comprendere le mutate esigenze dei consumatori potrà consentire di costruire occasioni di policy e di mercato per accompagnare l’evoluzione dell’offerta già in atto, che vede il Veneto seconda regione d’Italia per investimenti in tecnologie e prodotti verdi nel periodo 2015-2019. Relativamente al settore privato, questo significa sostenere la transizione verso la sostenibilità delle imprese e incoraggiare nuova imprenditoria nelle attività dell’economia circolare (riuso, riciclo, filiere a chilometro zero e a basso impatto ambientale), un settore in cui, in Italia, il 75% degli occupati si concentra in micro e piccole imprese”.

Primo posto per differenziata e riciclo

Tra gli interventi finalizzati a ridurre le pressioni sugli ecosistemi generate dai processi produttivi, le MPI italiane hanno messo ai primi posti la raccolta differenziata e riciclo dei rifiuti (86,8% delle imprese). Seguono, indicati da oltre un’impresa su due, il contenimento dei prelievi e dei consumi di acqua (60,3%) la gestione dei rifiuti finalizzata al contenimento e controllo di inquinanti (58,0%), il risparmio del materiale utilizzato nei processi produttivi (52,7%). Altri interventi sono realizzati da quote significative di MPI, in particolare quelli relativi al contenimento dell’inquinamento acustico e/o luminoso (44,2%), al contenimento delle emissioni atmosferiche (33,8%), all’utilizzo di materie prime seconde (21,1%), al trattamento delle acque di scarico finalizzato al contenimento e controllo di inquinanti (20,5%) e al riutilizzo e riciclo delle acque di scarico (7,8%).

«Per quanto invece concerne le aree di investimento diretto da parte delle amministrazioni locali», conclude Sartor, «la sfida della sostenibilità rappresenta un’occasione per ragionare su un arco temporale ampio ripensando alle regole per la gestione dei rifiuti e la riduzione degli sprechi, per la mobilità sostenibile, per la qualità dell’acqua e dell’aria, per l’energia, puntando su percorsi di sviluppo responsabili. Un “green deal” regionale che incoraggi l’azione coordinata di pubbliche amministrazioni, associazioni di categoria e imprese permetterebbe non solo di concentrare gli sforzi su obiettivi realizzabili e condivisi e di individuare regole trasparenti per gestire la fase di transizione, ma anche di accedere più efficacemente alle risorse messe a disposizione dalla programmazione europea e dal governo nazionale. I progressi di tale iniziativa potrebbero essere monitorati con un Osservatorio Regionale che produca report periodici sul contributo fornito dalle micro e piccole imprese al raggiungimento degli obiettivi dell’Agenda 2030 sullo Sviluppo Sostenibile».

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