Il procedimento di secondo grado nei confronti di Franco Battaggia inizierà il prossimo 24 marzo 2026. L’imprenditore ottantenne, titolare della pescheria “El Tiburon”, era stato assolto il 2 luglio scorso dalla Corte d’Assise di Treviso dall’accusa di omicidio e tentativo di soppressione di cadavere.
La vittima, Anica Panfile, trentunenne di origine rumene, era stata rinvenuta priva di vita il 21 maggio 2023 in un’ansa del fiume Piave a Spresiano. L’imputato, assistito dall’avvocato Fabio Crea, ha trascorso 535 giorni in carcere prima della sentenza di primo grado che ne ha ordinato la scarcerazione.
Il ricorso della Procura
Il sostituto procuratore Giulia Rizzo ha presentato ricorso definendo la precedente sentenza “manifestamente illogica e contraddittoria”. Secondo la pubblica accusa, i giudici trevigiani avrebbero travisato i fatti e ritenuto insufficiente un compendio probatorio che invece confermerebbe la responsabilità dell’anziano titolare.
Anche i legali dei figli della giovane deceduta, gli avvocati Giulia Serafin e Marcello Stellin, hanno impugnato la decisione. Nel testo del ricorso si legge che la decisione è “affetta da incongrua motivazione” nonostante le risultanze istruttorie emerse durante il dibattimento.
Il nodo del traffico telefonico
Al centro della disputa legale vi è l’utilizzo dello smartphone della collaboratrice domestica. In primo grado, la prova dei telefoni era risultata decisiva per la difesa: l’apparecchio risultava attivo intorno alle ore 17:00 del 18 maggio, orario in cui l’imputato si trovava al casello autostradale di Villorba.

La Procura sostiene invece che tale attività non indichi necessariamente un uso diretto da parte della trentunenne, ma il semplice scambio di dati tra il dispositivo acceso e il gestore telefonico. Viene inoltre contestata l’ipotesi che la vittima avesse bloccato il compagno su un’applicazione di messaggistica attraverso procedure tecniche considerate troppo complesse per un utente medio.
Il magistrato inquirente censura inoltre la tesi della Corte d’Assise circa la mancata esplorazione di scenari criminali differenti. Nel ricorso viene ribadito che le modalità del decesso, avvenuto per soffocamento e non per strangolamento o con l’uso di armi, non corrisponderebbero a esecuzioni tipiche di contesti malavitosi, ma a un “litigio scaturito in azione violenta“. Le indagini sulle utenze telefoniche dell’ex coniuge e di altri conoscenti stranieri avrebbero già escluso la loro presenza nelle celle telefoniche agganciate dal cellulare della vittima il giorno del delitto.